Un treno di libri

La Freccia ed un treno di libri

La Freccia è la rivista che Ferrovie dello Stato distribuisce mensilmente, in 85mila copie: sulle Frecce Trenitalia, nei FrecciaLounge di stazione, in alcuni selezionati hotel, in vari stabilimenti termali, agenzie di viaggio e festival. Parliamo di quasi 5 milioni di potenziali contatti al mese e si calcola che almeno un 15-20% di loro sfogli la rivista. Significa, quindi, che oltre 700mila persone ogni mese danno un’occhiata agli articoli de La Freccia. In questo contesto il direttore della rivista mi ha proposto una forma di collaborazione mensile basata su una rubrica letteraria dal titolo Un treno di libri. La rubrica si compone di tre sezioni: la prima, In viaggio con il Prof introduce il libro del mese che consiglio a mio insindacabile giudizio; la seconda, dal sottotitolo Un assaggio di lettura, è una scelta di brani con i quali fornisco al lettore un’anteprima dell’opera scelta; la terza Lo scaffale in cui suggeriamo sei titoli al mese. Si tratta ovviamente di un lavoro in squadra tra il sottoscritto e la redazione. Sarà importante capire se i frequentatori dell’alta velocità prenderanno la buona abitudine di sfogliare queste pagine per ricavarne uno stimolo in più a leggere, a leggere e ancora a leggere.



In viaggio con il Prof: Borgo Sud

01 agosto 2021 - Alberto Brandani

Il mare, la salsedine, l’odore del pesce appena pescato, il sole che abbronza la pelle e scalda il cuore. Borgo Sud non è solamente un paese abruzzese di pescatori, è un luogo dove le vite delle persone che lo abitano s’intrecciano come reti, in un legame unico e concreto. Gli abitanti non sono semplicemente vicini, appartengono agli stessi destini e condividono le rispettive esistenze, nel bene e nel male. Qui ha scelto di vivere Adriana, la sorella da sempre irrequieta, spumeggiante, eccessiva e vera dell’Arminuta, titolo del successo editoriale della stessa autrice uscito nel 2017. Dopo una lunga assenza, un giorno Adriana appare davanti alla porta della sorella con un neonato in braccio e un’ombra di terrore sul viso. Chiede aiuto senza concedere spiegazioni, entrando come un vento forte nella vita della sorella. Quest’ultima, insieme al compagno, come sempre decide di accoglierla e aiutarla. Le due vivranno attimi di crudele verità, di dolce attaccamento e di ruvido attrito.

Anni dopo questo primo incontro con il nipote, la narratrice riceve una telefonata mentre sta svolgendo una lezione di letteratura a Grenoble, in Francia, dove nel frattempo si è trasferita. Ne resta sconvolta e decide di ritornare a Borgo Sud. Un rimpatrio che sarà l’inizio della risoluzione di un passato difficile, doloroso e spesso ignorato. Le vite delle due sorelle sono opposte ma, al tempo stesso, caratterizzate da tratti comuni: la prima è studiosa, seria, sempre rispettosa verso la famiglia che non c’è stata, ancora avida di affetti; la seconda è esuberante, litigiosa, volitiva. Entrambe portano dentro, sin dall’infanzia, una grande solitudine dell’anima che cercano di colmare con amori apparentemente risolutivi ma destinati a rivelarsi tossici e difficili, se non impossibili, da lasciare. L’unico vero legame su cui possono sempre contare è quello tra di loro, contraddittorio e potente, che Donatella Di Pietrantonio descrive con maestria. Spesso è fatto di litigi, silenzi e assenze, ma è sempre sostenuto da una forza profonda che fa emergere attenzioni, preoccupazioni e amore. Un sentimento puro, perché sincero. Una costante rivelazione, una scoperta inaspettata, un dolce balsamo sulle numerose ferite inflitte dalla vita, perché nella famiglia delle protagoniste, come nella maggior parte delle famiglie contadine degli anni ’60, la parola amore, con tutte le sue manifestazioni affettuose, non esisteva.

Borgo Sud è un libro che offre storie di vite vissute per apparenza accoppiate a quelle vissute interiormente, descrive i contrasti tra ciò che spesso facciamo e ciò che sentiamo e desideriamo realmente. Racconta mondi interiori da comprendere e immaginare, affiancandoli alla forte bellezza della natura e dei luoghi che ci circondano. I suoi protagonisti cercano di liberarsi dai loro demoni interiori e dalle loro paure, ma spesso la vita è più dura e le mette continuamente di fronte a conflitti interiori non facili da sciogliere.

L’autrice immerge tutte le descrizioni degli stati d’animo dei personaggi in una reale empatia priva di schemi e preconcetti, riuscendo a far emergere le sfaccettature più vere e vive dei personaggi, senza tralasciare quelle sfumature emotive che potrebbero risultare ostili, ma che invece impreziosiscono tutto il racconto.

 
In viaggio con il Prof: Quirinale

01 Luglio 2021 - Alberto Brandani

Bruno Vespa, scrittore versatile e poliedrico come pochi altri nel panorama italiano, accompagna le stagioni della nostra vita con libri sempre stimolanti. Miniere di informazioni, aneddoti, ritratti. In attesa del volume finale della grande trilogia sul Fascismo, che tirerà il bilancio complessivo del ventennio mussoliniano, in Quirinale traccia la storia di 75 anni di Repubblica italiana. A ogni presidente è dedicato un capitoletto pubblico e un’appendice privata, attraverso un periodare semplice e accattivante e, soprattutto, universalmente comprensibile. Nessuna finalità didattica nell’esporre la vita e le opere dei presidenti della Repubblica italiana. Ma la cosa sbalorditiva è che ciò, comunque, si realizza: Vespa fa conoscere ai giovani sprazzi di storia, fa riflettere gli adulti e fa ricordare i più grandi di età (come si dice a Livorno). Due sono le cose che più colpiscono: il dramma del presidente Leone, completamente innocente e aggredito da una campagna di stampa falsa e diffamatoria, insieme alla bellissima moglie Vittoria – Vespa tratta questo personaggio femminile con le sue pennellate migliori – e il fastidio o l’ostilità che ben tre capi dello Stato hanno nutrito verso Silvio Berlusconi. La carrellata sui presidenti inizia con Enrico De Nicola, il primo della storia repubblicana, che non concesse subito la sua adesione. Fu quindi la volta di Luigi Einaudi, che aveva votato monarchia nell’ultimo referendum. Grande economista, riuscì a garantire un bilancio dello Stato in perfetto equilibrio (come dopo di lui non è più successo). Poi Antonio Segni, con il primo Governo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro. E Sandro Pertini, che continuò ad abitare nel suo appartamento in affitto nel centro di Roma. Vespa lo chiama “il Gian Burrasca del Quirinale”, per le sue popolarissime intemperanze. Giuseppe Saragat, tirannico e presuntuoso: rientrò in Italia dopo la caduta di Mussolini e si adoperò sempre per l’unità socialista e un accordo con il Pci. Francesco Cossiga, il “picconatore”, con il quale Vespa, in qualità, all’epoca, di direttore del Tg1, ebbe scontri accesissimi, in contrasto con la profonda amicizia che nacque fra le rispettive famiglie. Carlo Azeglio Ciampi, l’uomo dell’euro, e Giorgio Napolitano, decisamente interventista, l’unico a essere stato rieletto due volte. Infine, Sergio Mattarella, il “nostro” presidente. Esponente della corrente democristiana che si rifaceva a Moro, uomo riservato e schivo, ha saputo imporsi con determinazione di fronte a tre crisi di Governo durante il suo settennato. Memorabile il suo discorso a reti unificate dello scorso febbraio: «Avverto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche affinché conferiscano fiducia a un Governo di alto profilo non politico, che faccia fronte subito a gravi emergenze non rinviabili». Un appello a cui tutti hanno risposto sì. Accanto a ciascun presidente, una figura femminile: le mogli, mai scialbe o banali. Indimenticabile Carla Voltolina Pertini, che non usò mai il cognome del marito: proseguì la sua carriera di dottoressa in psicologia e stabilì con il presidente che il Quirinale avrebbe dovuto essere solamente il suo ufficio. E Vittoria Leone, la bellissima e corteggiatissima first lady che fu sempre perseguitata da una stampa scandalistica irrispettosa. Poi, Ida Pellegrini Einaudi, che s’innamorò, ricambiata, del suo professore. Donna semplice, schietta e generosa, mise a disposizione dei bisognosi un terzo delle dotazioni annuali del presidente. E Franca Ciampi, che conobbe Carlo Azeglio sui banchi di scuola. S’innamorò dei suoi capelli biondi e degli occhi azzurri e dopo la guerra si sposarono. A gennaio scadrà il mandato di Mattarella e sarà eletto un nuovo capo dello Stato. Ancora non lo conosciamo, ma una cosa è certa: chiunque salirà al Colle supremo saprà rendersi garante della nostra Costituzione.

 
In viaggio con il Prof: Quello che non sai

01 Giugno 2021 - Alberto Brandani

E’ una lunga confessione quella di Michela, detta Ella. E come in un diario la vicenda si dipana, narrata in prima persona e dedicata alla madre, morta 15 anni prima. La storia è avvolgente, cattura subito accendendo ombre e luci del passato e del presente anche attraverso fatti quotidiani che diventano presto validi tasselli di questo complesso puzzle familiare. Susy Galluzzo dispiega una maternità senza i classici contorni sfumati in rosa, bensì con quelle sfaccettature di cui di solito nessuno parla, quel lato oscuro che ogni madre deve affrontare e che a volte la lascia atterrita e disperata: una sensazione d’impotenza, il terrore di sbagliare, di non essere all’altezza, e il non sapersi perdonare gli errori, gli scatti d’ira verso i figli. Tutto prende il via in un preciso momento, mentre tornando a casa accompagnate dal cagnone Duccio Ella osserva Ilaria, 13 anni e mezzo: la ragazza risponde al cellulare attraversando la strada e improvvisamente si ferma proprio nel mezzo, continuando a parlare. Non si accorge dell’auto grigia che arriva dritta su di lei. «Ormai non avevo più bisogno di far oscillare lo sguardo, Ilaria e l’auto erano vicinissimi, ma nessuno dei due si era accorto dell’altro». Michela non urla, resta paralizzata, non riesce ad avvisare la figlia del pericolo: rimane inerte, bloccata dal senso di colpa e d’impotenza. Sarà Duccio che, abbaiando, risolverà questa drammatica situazione. Ilaria si è accorta che la mamma non l’ha avvertita, che è rimasta immobile. E da quel momento niente e nessuno sarà più come prima. Eppure Ella ha dedicato tutta la vita alla figlia, lasciando anche la sua carriera di eccellente cardiochirurgo. Ilaria soffre di disturbi ossessivo-compulsivi: ha un assoluto bisogno di contare quanti piselli ci sono nel piatto o di fare tre giri intorno all’isolato prima di rientrare in casa per scongiurare disgrazie terribili. La madre è sempre al suo fianco, l’aiuta in questi riti obbligati, la sostiene e l’asseconda. Con la difficoltà di dover «vivere costantemente nella paura di una catastrofe imminente, scegliere le parole, una per una, evitando quelle che portano sfortuna, sapere i percorsi da fare e attenersi sempre e solo a quelli, ricordare tutto quello che poteva destabilizzarla, perché una stupidaggine poteva trasformare un giorno buono in uno infernale». Dopo lo scampato incidente, in una famiglia che sembrava perfetta si apriranno crepe sempre più grandi. In un crescendo di situazioni al limite Michela, prima di tutti, dovrà affrontare verità nascoste e insabbiate, anche dentro di sé, e un passato che presenterà il conto. L’approccio dell’autrice è asciutto e tagliente e il piglio del romanzo avvincente e serrato. Ci trasmette una forte empatia verso la protagonista, ci si trova a parteggiare quasi sempre per lei, anche se a volte verrebbe voglia di prenderla a schiaffi. Ma bisogna ammettere che la vera vittima (e anche un po’ il carnefice) è proprio Ella. Solo dopo essere stata tradita ed esclusa dal marito e dalla figlia, riuscirà a capire che una madre può commettere degli errori nel crescere un figlio e troverà il modo di perdonare se stessa per ricominciare. Questo romanzo è anche un viaggio attraverso gli equilibri precari di molte famiglie di oggi, nel groviglio di sentimenti contrastanti e segreti taciuti che, alla fine, vengono inesorabilmente alla luce e rischiano di far marcire tutto ciò che di buono si è costruito.

 
In viaggio con il Prof: Italiana

01 Maggio 2021 - Alberto Brandani

Testimonianze e leggende in terra di Calabria, raccolte attraverso accurate ricerche, consultazione di lettere, fonti storiche ufficiali. Giuseppe Catozzella ci accompagna nella vita di Maria Oliviero, vissuta in quel periodo dell’800 in cui l’Italia si preparava a grandi sconvolgimenti. C’era ancora il Regno delle due Sicilie, con i Borboni al comando, lo Stato Pontificio a Roma. Tanti piccoli Stati chiusi in loro stessi. Maria nasce poverissima in una famiglia di braccianti sfruttati dai Borboni. È una bambina vivace e intelligente che, «anche in un rigido inverno, ha nel cuore un’invincibile estate». Divora libri di nascosto, vaga nei boschi della Sila, dove fin da ragazzina, attraverso un fluido ragionamento, riesce a crearsi una sua coscienza, un’etica morale, una filosofia di vita. La sorella maggiore, Teresa, la odia ferocemente e distruggerà qualsiasi suo progetto, fino alla fine. S’innamorerà del giovane Pietro, bello e rivoluzionario, condividerà con lui i suoi sogni di libertà: «Volevamo un’Italia unita per davvero. Un’Italia che doveva trovare la sua unità, nell’uguaglianza dei braccianti e del popolo, da nord a sud, e non in una guerra infame che ha trattato la parte conquistata come Cristoforo Colombo ha trattato gli indiani. Volevamo scegliere di essere italiani». Maria vivrà l’entusiasmo delle folle alla proclamazione del Regno d’Italia, proverà gioia pura alle accese parole di Giuseppe Garibaldi, ma anche una profonda delusione per quelle promesse mancate che faranno precipitare il Meridione in un abisso più profondo di prima. Sarà perseguitata e fuggirà nei suoi boschi con una banda di briganti rivoluzionari, di cui sarà il capo indiscusso. Diventerà la leggenda Ciccilla, impavida e feroce, senza mai perdere la sua dignità di rivoluzionaria e di donna. «Sono Maria Oliviero, fu Biaggio di anni 22, nata e domiciliata a Casole, Cosenza, senza prole di Pietro Monaco. Tessitrice, cattolica, illetterata». Si presenta così quando nel 1864 viene catturata sui monti della Sila. Soffriremo e gioiremo anche noi, sentiremo l’aria fresca dei boschi calabresi e il brivido della libertà. Maria e Ciccilla sono una sola donna con due facce. Maria sogna e ama, Ciccilla sa uccidere senza pietà. Proprio come il suo popolo che ambiva l’uguaglianza e lottava per conquistarla, ma che poi, ferito, si ripiegava su se stesso. La voce chiara di Maria ci conduce con schiettezza e con amore, con ferocia e determinazione, in un lungo illuminante viaggio negli ideali di libertà, dignità e giustizia. In fondo Ciccilla voleva solo sentirsi italiana. Ogni riga di questo romanzo è impregnata di sentimenti veri e crudi: la gioia e la delusione, la giustizia e i soprusi si fondono continuamente in un vortice che fatica a trovare un equilibrio. Ciccilla e il popolo a cui appartiene chiedono uguaglianza e unità, ma spesso il mimino comun denominatore di molti sedicenti sostenitori dell’Italia unita è rappresentato dall’opportunismo e dall’invidia. Si percepisce l’attrito tra ciò che Ciccilla e la sua banda vorrebbero e ciò che è veramente la realtà. Il lettore ha paura che anche i più impavidi possano abbandonare i loro valori, che non ci potrà mai essere un vero cambiamento, perché il marcio è radicato nel profondo dell’essere umano. Ma fortunatamente la primavera arriva sempre, nonostante tutto.

 
In viaggio con il Prof: Quando tornerò

01 Aprile 2021 - Alberto Brandani

Una nuova prova d’autore per Marco Balzano, anche se il titolo di questo libro si lega simbolicamente all’ultimo grande successo, Resto qui. D’altronde, l’attenzione alle tradizioni si coglie anche nei due bellissimi versi del sottotitolo: «Passa sotto la nostra casa, qualche volta / volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti» (cfr. Mario Luzi, Il duro filamento). Balzano inizia questa sua opera con lo spirito di un archivista: ha visitato in Romania comunità e istituti di orfani bianchi, quei figli non più tali, affidati ai nonni e spesso alla strada e alla solitudine dell’alcolismo. E dà forma allo svolgersi della storia. Daniela parte dalla Romania per Milano, lasciando soli il figlio Manuel, la sorella Angelica e il marito. A nessuno di loro dice nulla, di lei resta solo un biglietto lapidario: «Ho trovato lavoro in Italia, devo andare, altrimenti non potrete più studiare e nemmeno mangiare come si deve». Emerge potente il mondo di sofferenze e privazioni di una madre, non lenite dai moderni strumenti tecnologici; l’ossessione del risparmio, per procurare alla propria famiglia una lavatrice nuova, un tetto solido sopra la testa, un liceo internazionale per Manuel; le telefonate e le videochiamate sono sempre più compulsive, in un crescendo di fredda ostilità che i due figli provano per Daniela. Mentre il padre si ubriaca sistematicamente e, dopo aver annunciato trionfalmente che avrebbe accomodato la mansarda, prima crolla nell’ozio e poi improvvisamente decide di fare il camionista in Siberia. Per sempre. Nonostante l’anaffettività, i figli pensano: «Almeno lui ci ha avvertito». Sullo sfondo, sempre solide e serene le figure dei nonni. La vita e gli anni scorrono così: Manuel è solo e depresso, beve e beve (e forse anche di più) e purtroppo scopre l’ebrezza della velocità in sella al motorino di un compagno. In una notte senza luce ha un terribile incidente che lo getta in un coma profondo. Daniela, a quel punto, lascia Milano e comincia a passare notte e giorno ininterrottamente nella stanza d’ospedale del figlio, infrangendo regole e divieti. Riuscirà a risvegliarlo e a risvegliare il suo grande amore per lei? Il tema centrale di tutto il libro è la “sostenibilità” dei propri affetti. Tutti i protagonisti vorrebbero sostenerne il più grande numero, ma la vita agra del villaggio non lo permette. Per Manuel, affetto significa essere accudito da nonna Rosa, che sferruzza eterni maglioni, e da nonno Michai, che lo porta a pescare le trote. «Magari si può fare», è la sua frase magica, diventata il perno del mondo di Manuel, fatto della sua terra e della natura, un microcosmo dentro il quale vorrebbe soffocare di affetto sua madre. Diversa la visione di Angelica, la figlia più grande. Nel piccolo villaggio ormai le manca l’aria, ha bisogno di Radu, il fidanzato, del suo lavoro a Berlino, del matrimonio subito, senza più curarsi delle miserie giornaliere. Le scene del matrimonio sembrano tratte dal cinema muto sovietico in bianco e nero. Daniela resta inchiodata dall’amore per i figli e dal mal d’Italia dovuto a un lavoro che la obbliga alla “sostenibilità” di tanti, forse troppi affetti, materiali e immateriali. E così Balzano, che ha iniziato questa sua opera con lo spirito scrupoloso e quasi notarile di un archivista, la conclude invece come amanuense di esistenze, sentimenti e dilemmi universali.

 
In viaggio con il Prof: Una terra promessa

01 Marzo 2021 - Alberto Brandani

Appassionante, per certi versi commovente, la storia di un ragazzino che diviene Presidente degli Stati Uniti d’America, come un imperatore romano quando Roma governava il mondo. Alcune grandi direttrici servono a Barack Obama come mappa di lettura di queste 800 pagine scritte su piccoli block notes. La prima cosa che emerge è il potere travolgente della politica, con le sue passioni, le pulsioni, la sua ferocia e l’aspirazione (nelle menti migliori) a una terra promessa da lasciare in eredità alle giovani generazioni. Un corso ininterrotto, duro, disseminato di esami. Il giovane Obama sentiva la necessità di rappresentare qualcosa nell’America progressista e multirazziale, coglieva il senso disperante delle disuguaglianze sociali e di un Paese senza assistenza sanitaria. E nella politica l’importanza dei collaboratori, dei quali riconoscere la competenza e la lealtà all’uomo e al progetto. Ma niente sarebbe stato possibile senza il sostegno delle figlie Malia e Sasha e soprattutto di Michelle, una donna a dir poco straordinaria, che non amava la politica. Ma amava a tal punto il suo uomo da diventare un’impeccabile First Lady. Seppure, negli anni pesantissimi della Presidenza, il marito sentisse in lei «una tensione sotterranea, sottile ma costante». Quando fu indicato alla Convention democratica come candidato alla Presidenza, Obama dovette scegliere il suo vice, Joe Biden: la scelta prudente di un uomo con 30 anni di Senato alle spalle, che conosceva tutte le dimensioni del gioco parlamentare, spietato e crudele, che i repubblicani avrebbero portato avanti. Il libro descrive bene le enormi difficoltà del primo quadriennio Obama. La battaglia per far approvare una riforma sanitaria decisiva, “dimezzata” alla fine degli scontri, per evitare che milioni di americani rischiassero di morire senza cure. La grande crisi del 2008, in cui il Presidente riuscì a evitare il peggio. E il più grande disastro ecologico, l’esplosione della piattaforma Deepwater, che Obama fu capace di gestire nel migliore dei modi. Memorabile il capitolo che racconta la decisione d’inseguire e colpire Osama Bin Laden, con il Presidente chiuso nello Studio Ovale, per seguire in diretta le operazioni del commando americano e l’esecuzione del terrorista. Il filo rosso che percorre tutto il libro è la grande amarezza che pervade il Presidente e Michelle durante l’ultimo volo dell’Air Force One che li riporta a casa dopo l’imprevista vittoria di Donald Trump. Un leader politico, racconta Obama, agli antipodi rispetto «a tutto ciò per cui ci eravamo battuti in otto lunghi anni», un prestigiatore di programmi televisivi e di affari immobiliari, che aveva forsennatamente cominciato a battere l’America affermando che il Presidente non era americano. Obama fa autocritica nell’ammettere di non aver dato sufficiente importanza a quelle sortite a metà del suo primo mandato, pensando che sarebbero state etichettate come palesi buffonate. Le accuse, infatti, furono subito ridicolizzate, ma Trump le ripeteva e ripeteva e iniziò così l’opera di demolizione del primo Presidente afroamericano, agitando di fronte a un’America conservatrice e impaurita lo spettro dell’uomo nero. Con Sarah Palin prima e Trump dopo, gli spiriti maligni rimasti ai margini del partito repubblicano finirono al centro della scena, con la loro xenofobia, l’ostilità verso gli intellettuali, le teorie cospirative, l’antipatia per gli afroamericani e gli ispanici. Due i lasciti dell’ex Presidente: il primo è quasi un presagio, la scelta di Joe Biden, per otto anni alla Casa Bianca, «un uomo buono, giusto e leale», perfetto per arginare la dilagante paura dell’uomo nero. Infine, il senso vero del libro, un invito ai giovani d’America e del mondo a battersi per i grandi valori, a fare la propria parte nella vita politica. Perché, grazie all’impegno politico e sociale delle nuove generazioni, la terra promessa sia un po’ più vicina.

 
In viaggio con il Prof: La ballata della Città Eterna

01 Febbraio 2021 - Alberto Brandani

Un placido accento romanesco srotola la scena: da piccolo, in un paese vicino a Novara, di sera la nonna radunava intorno al focolare tutta la famiglia e cominciava a raccontare storie avvincenti, spesso inventate sul momento. Si emozionava talmente da restare a bocca aperta e desiderare di saper raccontare anche lui storie che «ti tiravano dentro con tutte le scarpe». Chiedo a Luca Di Fulvio: «Ma perché ambientare questo romanzo nel Risorgimento?». Un periodo che non suscita molta curiosità. «Una sfida», confessa. Proprio come succede quando ci si intrufola nel backstage di un film, arriviamo al primo segreto da narratore: nascono prima i personaggi e dopo la trama: «Sono proprio loro che comandano, non la storia», come se camminassero tracciando linee ben definite dal loro carattere, dalle passioni, come se sfuggissero alla penna e avessero una vita propria. «Inutile assegnare scene: il personaggio non le farà se non è nella sua natura». Questo romanzo storico d’avventura, ambientato nel 1870, inizia e si snoda qualche mese prima della presa di Porta Pia, dal Nord a Roma, nello Stato Pontificio, dove tutti i protagonisti intrecciano i loro destini e iniziano a tessere la trama. Ecco la contessa Silvia di Boccamara, che di contessa ha solo il titolo. Lei che, dopo la morte del marito, per sfuggire ai creditori, scappa dalla sua villa di campagna in Piemonte e raggiunge le porte di Roma nelle vesti di una donna del popolo. Portando con sé Pietro, un sedicenne preso in un orfanotrofio, il “figlio” che aveva sempre voluto e che a Roma, tra mille vicissitudini, troverà la sua passione e anche l’amore. A Roma, infatti, arriva anche la giovane Marta, scampata a una terribile fine grazie a Melo, un ex cavallerizzo del circo. Anche se in maniera contraddittoria, lo considera come un padre e, spinta proprio da lui, sosterrà fin dall’inizio la causa dei rivoluzionari per l’Italia libera. È un romanzo corale, in cui ogni ceto sociale del periodo è rappresentato: abbiamo Ludovico, un giovane della Roma nobile che farà la sua parte, così come l’Albanese, assassino, truffatore, un “malacarne” senza pietà, il cattivo dei cattivi. E poi Leone Pompei, ufficiale giudiziario del papato, psicopatico e vile. Henry, il nano del circo, che vivrà finalmente il suo momento di gloria. E l’ufficiale francese che amerà in segreto gli ideali di libertà dei “nemici italiani”. Ciascuno dei protagonisti inizia il suo personale viaggio, nella consapevolezza del cambiamento non solo politico e storico, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, ma anche del proprio percorso di crescita e di scoperta personale, di odio e di amore. Sullo sfondo compaiono anche personaggi realmente esistiti, come Giacomo Segre, il capitano al comando della quinta batteria del nono reggimento di artiglieria che sparò il primo colpo di cannone per aprire la Breccia nelle Mura aureliane; e un giovane Edmondo De Amicis, nelle vesti di giornalista militare mentre fa da cronista, non proprio obiettivo, durante la presa di Roma. Ed ecco un altro segreto del mestiere: far salire la suspense su più livelli, focalizzando ora un pericoloso evento, ora uno sguardo e un incontro misterioso tra i personaggi, ora instillando dubbi e sviscerando misteri nelle loro vite. Creando forti aspettative nel lettore, anche nei confronti dei diversi antagonisti, da quelli terribilmente perfidi ai più ingenui. La mente proietta il film, le scene scorrono come sul grande schermo. E proprio Roma, la città dell’autore, s’innalza sopra la storia e diventa la vera protagonista. Putrida e affascinante, densa di passato, di palazzi e chiese, trucidamente misera e violenta, eppure magica e carismatica come una donna sensuale ma crudele.

 
In viaggio con il Prof: Il libro dei desideri

01 Gennaio 2021 - Alberto Brandani

Non era facile scegliere un libro per iniziare il 2021, una storia che ci facesse sognare, volare, struggere e dimenticare, almeno per un po’, l’incubo in cui ci ha gettato l’anno che si è appena concluso. È Il libro dei desideri di Sue Monk Kidd che, dopo il superlativo L’invenzione delle ali, qui supera ogni aspettativa. Basato su una ricerca meticolosa di usi e costumi del I secolo d.C. in Galilea, ci presenta Ana, un’adolescente con la voglia di leggere gli antichi testi come solo gli uomini potevano fare e di conoscere altre lingue, in un periodo in cui le donne erano destinate per legge a servire gli uomini e a fare solo da mogli e da madri. Quando sembra che il suo destino segua i canoni consueti, incontra Gesù, appena diciottenne. Attratta subito dal giovane, col tempo s’innamorerà anche della sua mente vivida e aperta, intrisa di un’enorme bontà e di comprensione verso gli altri, e del suo grande rispetto per le donne. Un uomo con un’apertura straordinaria verso il mondo, quasi anacronistica, con dei dubbi e dei difetti, ma con una carica umana tale da arrivare dritto al cuore delle persone. Compito del romanziere non è solo presentare un riflesso del mondo, ma immaginarne uno possibile. Il libro dei desideri immagina che Gesù, scapolo e casto, a un certo punto prenda moglie. «Sono profondamente e rispettosamente consapevole che Gesù è una figura alla quale milioni di persone sono devote», riflette l’autrice a margine del romanzo, «e che il suo impatto sulla storia della civiltà occidentale non ha eguali e coinvolge cristiani e non cristiani». Ma attenzione a non cadere nel tranello: Gesù è solo uno dei meravigliosi personaggi di questo romanzo. Sia le figure storiche che quelle di fantasia affascineranno il lettore dall’inizio alla fine. Sue Monk Kidd ha un approccio audace alla storia e punta sempre il suo faro sul percorso di riscatto di Ana, in nome del quale non cesserà mai di inseguire le sue passioni e di far sentire la sua voce. Si farà spazio e lotterà per tutta la vita contro le gravi ingiustizie subite dalle donne e, anche se sposerà l’uomo che ama, dovrà pagare un prezzo altissimo solo per averlo scelto liberamente ed essersi innamorata, non certamente a caso, di uno dei “rivoluzionari” più determinati e altruisti di quei tempi oscuri e violenti. Alla fine, leggendo la parte più struggente della storia (e magari versando qualche lacrima, so che lo farete) sarà chiaro che questo romanzo è davvero un miracolo. Sono ormai passati 30 anni dalla morte di Gesù e Ana è divenuta il capo della comunità dei Terapeuti, filosofi e religiosi dediti alla meditazione e alla cultura. Yalta, la zia, le domanda se ricorda quando da piccola aveva seppellito i suoi rotoli nella grotta per evitare che i genitori li bruciassero. «Ebbene», le dice Yalta, «devi farlo di nuovo. Voglio che tu scriva una copia di ciascuno dei tuoi codici e li seppellisca sulla collina, vicino alle scogliere, in quattro grandi orci». Ana fa resistenza, pensando che il suo scrittoio privato sia al sicuro, ma la voce affilata della zia le ricorda che verrà un giorno in cui gli uomini vorranno mettere a tacere le cose che ha scritto. «Le avevo ripercorse nella mia mente: storie di matriarche; lo stupro e la menomazione di Tabita; gli orrori inflitti alle donne dagli uomini; le crudeltà di Antipa; il coraggio di Phasaelis; il mio matrimonio con Gesù; la morte di Susanna; l’esilio di Yalta; la schiavitù di Diodora; il potere di Sophia; la storia di Iside; il Tuono, mente perfetta, e una pletora di altre idee sulle donne che sovvertivano le credenze tradizionali. E questa era solo una parte». Ana assolve agli ultimi desiderata della zia, seppellisce i codici e canta: «Sono Ana, sono stata la moglie di Gesù di Nazaret. Sono una voce». La voce di un mondo di donne coraggiose, che la cultura aiuta a non tacere.

 
In viaggio con il Prof: A riveder le stelle

01 Dicembre 2020 - Alberto Brandani

Nei circoli letterari si sussurra che Aldo Cazzullo conosca a memoria la Divina Commedia, imparata con i ferrei insegnamenti di un tempo. Di certo c’è che il nostro autore Dante ce l’ha nel cuore e lo racconta con una vena didattica, soffermandosi sulla cantica più conosciuta al mondo: l’Inferno. Ci avvicina a versi e personaggi entrati nell’immaginario di tutte le genti. Grandi letterati si sono accostati in modo profondo alla Commedia: dalle splendide pagine di Francesco De Sanctis alle raffinate intuizioni di Attilio Momigliano (citato anche da Jorge Luis Borges), alla lectio magistralis di Eugenio Montale che spiegò come il Dante poeta e l’artista fossero una cosa sola. Ma a mio sommesso parere il dantista per eccellenza del ‘900 è stato Natalino Sapegno, non solo perché in una celeberrima lettera sostenne che «la letteratura, non so se purtroppo o per nostra fortuna, è diventata in qualche modo la forma di tutta la nostra vita», ma anche perché la sua compenetrazione della Divina Commedia lascia sbalorditi. «Delle tre cantiche, l’Inferno è la più varia, la più mossa, la più drammatica e ricca di umanità. È il regno delle passioni intense e profonde; delle grandi figure emergenti su uno sfondo di tenebre e disperazione, ancora tutte avvinte agli affetti e alle cupidigie terrene, pronte a lasciarsi trasportare dai ricordi, a rivivere come presente il dramma della loro vita [...]; e dietro di essi le folle dei peccatori, le figure dei demoni a mezzo tra l’umano e il simbolico, i personaggi della mitologia classica richiamati a nuova vita poetica, gli aspetti aspri e deformi, desolati e sconvolti del paesaggio, la tragicità ora terribile ora grottesca ora ripugnante delle pene [...]» (Natalino Sapegno, Disegno storico della letteratura italiana). Ma torniamo a Cazzullo. Splendida l’intuizione: la nostra Patria nasce con Dante. Non dalla politica o dalle guerre, ma dalla cultura e dagli affreschi, da Petrarca e Giotto, dalla lingua forgiata dal Sommo Poeta. La lingua, la bellezza, la cultura, la letteratura e la filosofia, le arti e i mestieri, la ferocia, gli amori, i tradimenti e il doloroso esilio, tutto Dante provò. E come non ricordare Paolo e Francesca, da cui nascono versi che ci fanno assaporare l’impeto dell’innamoramento e della passione e la crudeltà della vendetta che si abbatte sui due amanti? Francesca è il primo caso narrato di femminicidio. E Dante diventa, forse, il primo femminista della storia: ricordiamo che siamo nel Medioevo, secoli bui in cui se la vita degli uomini contava poco, quella delle donne era pari a zero e si discuteva addirittura se avessero un’anima o meno. Invece Dante scrive che è solo grazie alla donna se la specie umana supera qualsiasi cosa terrena, perché la donna è il capolavoro di Dio. Per Dante la Commedia è anche una denuncia: i traditori, gli avidi, gli assassini vengono posti, con nome e cognome, nei gironi infernali, talvolta senza pietà, talvolta alleviando loro la pena. Ma è anche un atto d’amore verso il “bel Paese”, verso la sua città e la vita. In quasi due secoli qualche critico ha definito Dante fazioso, irascibile, vendicativo, incattivito. In particolare Niccolò Machiavelli sosteneva che l’Alighieri non avesse sopportato l’ingiusta condanna e l’ingiuria dell’esilio. Un giudizio ingeneroso, perché la verità è che Dante, e qui sta l’eterna giovinezza della sua opera, è duro e severo con tutti e in primis con se stesso. Ricordiamoci che Ulisse è Dante e Ulisse ci sprona: «Fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza». Nell’eterna ricerca di queste stelle cardinali sta l’universalità senza tempo della Divina Commedia e l’auspicio per ciascun Ulisse moderno che possa, dopo le peripezie di una vita, tornare «a riveder le stelle».

 
In viaggio con il Prof: Nella terra dei lupi

01 Novembre 2020 - Alberto Brandani

Ecco un Montana odierno, secondo Joe Wilkins: una “terra di lupi” in cui, però, le bestie non sono certo loro. Una terra dura e selvaggia, dalla valle di Yellowstone alla catena delle Bull Mountains, in cui gli abitanti fanno fatica a sopravvivere. Per il clima, l’analfabetismo, la disoccupazione e la miseria, a cui spesso fa eco una brutalità inaudita. Wendell, il protagonista, è un ventiquattrenne che vive da solo, perché suo padre è fuggito sulle montagne per sottrarsi all’arresto per l’omicidio di una guardia forestale. «Stasera a est il cielo è blu come gli occhi di tua madre», diceva. «Da un lato c’è questo blu che va verso la notte. Dall’altro le montagne lontane, rosse e oro nel sole che scende. Lo sapevi che tra il rosso e l’oro c’è una scatola di colori?». Wendell è un giovane straordinariamente equilibrato, anche se vive in questo contesto di miseria, violenza e ossessione per le tradizioni. Gli viene affidato il figlio di sua cugina, un bambino di sette anni con un grave deficit cognitivo. Tra i due nasce un legame profondo, che commuove nell’intimo. Gillian, l’antagonista, è vicepreside della scuola che si occupa degli allievi in difficoltà. Inevitabilmente, inizia a gravitare intorno a Wendell, malgrado il tragico legame che congiunge e oppone le rispettive famiglie. Wilkins modella i suoi personaggi con brevi tratti di pennello, come un impressionista, e li inserisce in uno straordinario paesaggio che descrive con maestria: «Lungo un sentiero che costeggiava un groviglio di prugnoli, un varco tra i pioppi e i salici incorniciava un’ansa del fiume, con le sue rapide poco profonde, su un letto di ghiaia. Oltre il fiume, la foresta s’infittiva e si innalzavano le Bull, bitorzolute, scoscese e frastagliate e la punta più vicina era ammantata dal verde azzurrognolo dei cedri». Un territorio selvaggio e ostile che, al pari di quasi tutta la provincia rurale americana, considera un diritto sacrosanto del cittadino armarsi e uccidere la fauna selvatica, anche se proibito. Uno dei protagonisti ha addirittura ucciso un lupo: «A proposito di lupi. Se ne sente sempre parlare al notiziario, ma chi ne aveva mai visto uno? Io no, almeno fino ad allora. Ti assicuro che il lupo è un vero spettacolo [...] ma quel lupo era sulla mia terra. Quella lupa era venuta a divorarmi un pezzo di cuore». Uccidere quell’animale diventa qui affermazione di libertà individuale. Il romanzo ha un’intensità struggente che si dipana tra i protagonisti, costretti ad affrontare troppi disagi, a cercare di risollevarsi da soli e a espiare le colpe dei padri. Qualunque sia il destino di questi personaggi, ognuno di loro, a partire dal padre di Wendell, troverà conforto nella bellezza di quella terra e riuscirà a dare un’impronta lirica, quasi poetica, alle proprie azioni. Una notazione finale. Gli Stati Uniti sono una nazione relativamente giovane. Non hanno avuto l’Impero romano e neppure il Rinascimento. Generazioni di scrittori hanno vissuto come un naturale anfiteatro l’epopea del West e della natura incontaminata, con le sue leggi tribali e l’eterna lotta per la sopravvivenza. Il grande cinema americano ha sempre colto questo stato d’animo culturale, da Ombre rosse a Un gelido inverno fino a Revenant. E la letteratura non è stata da meno. Dai classici William Faulkner e John Dos Passos, all’ultima generazione dei Don Winslow e Joe Wilkins. Per i lettori, insomma, un avviso in bottiglia.

 
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